Dr. Nunzio Bonaventura – Psicologo, Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale e Biofeedback Terapeuta

La forza dell’abitudine

Il termine «abitudine» deriva dalla parola abito, ossia consuetudine, qualità acquisita per educazione, studio, imitazione o altra forma di apprendimento, che induce una persona ad agire in modo consueto o meccanico e che, una volta stabilitasi, risulta difficile da rimuovere.

Oltre che nel comportamento, la forza dell’abitudine si evidenzia anche nella tendenza a reagire fisiologicamente, emotivamente e cognitivamente in maniera stereotipata (cioè in modo invariante) a particolari stimoli, eventi e situazioni.

Ad esempio, una persona che ha imparato ad attaccare gli altri fin dall’infanzia per affermarsi (Disturbo Passivo-Aggressivo di Personalità e Disturbo Antisociale di Personalità), avrà la tendenza ad attaccarli anche per motivi futili (abitudine comportamentale), sentirà i muscoli facilmente tesi e pronti a colpire (abitudine fisiologica), sentirà crescere dentro di sé una rabbia incontrollabile (abitudine emotiva) e penserà che se non colpirà l’altro sembrerà una persona codarda e non verrà rispettata (abitudine cognitiva).

Il termine ‘abitudine’ si riferisce quindi a un complesso di reazioni stereotipate a livello comportamentale, fisiologico, emotivo e cognitivo.

Una confusione che si può fare consiste nello scambiare le abitudini con i riflessi innati, preprogrammati, istintivi.

In generale, la differenza fondamentale tra le abitudini e le reazioni istintive è che le prime, rispetto alle seconde, sono acquisite e rappresentano il risultato finale di un processo di apprendimento.

Il processo di apprendimento neurobiologico che permette la stabilizzazione delle abitudini assume per gli esseri viventi un’importanza evolutiva fondamentale; infatti, grazie a esso, diventano possibili quel complesso di reazioni stereotipate che, richiedendo poca o nessuna attenzione, lasciano liberi alcuni processi psichici da impiegare nell’apprendimento di altri importanti e difficili compiti.

Ad esempio, una volta appreso il complesso di reazioni stereotipate necessarie per guidare l’automobile, non sarà più necessario prestare grande attenzione al comportamento di guida, che verrà invece svolto in maniera automatica.

Pensate quanto sarebbe dispendioso dal punto di vista energetico e pericoloso da quello evolutivo, se dovessimo porre attenzione alle cose che facciamo durante la vita quotidiana ogni volta come se fosse la prima volta.

Correremmo il rischio di impazzire in pochi giorni.

Ogni cosa ha però il suo prezzo e, in questo caso, il prezzo da pagare può essere più o meno variabile, a seconda del tipo di abitudine appresa e/o della necessità e velocità con la quale tale abitudine dovrà eventualmente essere definitivamente abbandonata.

Così, la necessità di apprendere un modo nuovo di tenere la penna in mano, dopo averne appreso da tempo già uno, può essere un compito non semplicissimo, ma esso non riveste né la difficoltà, né l’importanza, l’urgenza e la necessità che potrebbe assumere per un fumatore malato ai polmoni liberarsi dalla cattiva abitudine di fumare (I quattro stadi nella storia di un fumatore: l’inizio, il mantenimento, l’interruzione del fumo, le ricadute e la ripresa del fumo).

Questo fumatore potrebbe non riuscire a smettere di fumare nonostante lo desideri e sia cosciente di mantenere un comportamento assolutamente pericoloso per la sua sopravvivenza (Smettere di fumare con la terapia cognitivo-comportamentale).

Purtroppo, fumare è uno di quei comportamenti che vengono costantemente ‘rinforzati’ sia dall’ambiente esterno, attraverso la stimolazione continua, il riconoscimento e la funzione di simbolo che esso riveste in ambito sociale (soprattutto, ma non solo, in età adolescenziale), sia a causa del rinforzo che il soggetto ottiene dall’atto stesso di fumare, in particolare evitando il dispiacere/dolore derivante dalla mancanza di nicotina, nonché provando una sorta di ‘piacere infantile’ (di tipo orale, come il comportamento di suzione del seno materno o del pollicione) nell’immettere il fumo dentro il proprio corpo (Relazioni tra uso di sostanze tossiche, ansia, attacchi di panico e depressione).

Anche se l’evoluzione ha favorito lo sviluppo e il consolidamento di strutture cerebrali e di processi neurologici e cognitivi che sono alla base della stabilizzazione delle abitudini, queste strutture e questi processi nascondono al loro interno i presupposti per la creazione di un processo autodistruttivo (riferendoci all’esempio precedente, all’acquisizione del comportamento dannoso del fumo), processo dal quale ogni persona deve sapersi proteggere e, se necessario, liberarsi.

Grazie alla forza dell’abitudine riusciamo a mantenere e a confermare le nostre identificazioni, riconosciamo come nostri i comportamenti che emettiamo, le sensazioni e le emozioni che viviamo, i pensieri che generalmente abbiamo.

La forza dell’abitudine è responsabile della nostra tendenza a vedere costantemente noi stessi e gli altri solo dalla prospettiva che abbiamo appreso e memorizzato attraverso le esperienze passate.

Questa visione parziale, frutto delle identificazioni, può essere molto limitante e, per questo motivo, la forza di ciascuna delle nostre abitudini può essere anche la fonte di ciascuna delle nostre debolezze.

Ognuno di noi dovrebbe ben tenere a mente che ogni esperienza avuta nel corso della propria esistenza, potrebbe rappresentare il presupposto di una grande libertà o, viceversa, la premessa della più totale prigionia.

Ma c’è un modo per evitare costantemente questo grave pericolo: è necessario, anzi assolutamente necessario, non identificarsi con nessuna delle esperienze che viviamo, osservarle con neutralità dall’alto, con il giusto distacco, senza giudicarle (La Meditazione).

L’altro principale agente causale del mantenimento di un’identificazione specifica è la paura del cambiamento.