Dr. Nunzio Bonaventura – Psicologo, Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale e Biofeedback Terapeuta

I Modelli della Depressione (Parte Seconda): il modello cognitivo classico e l’approccio sistemico-processuale

Nell’articolo ‘I Modelli della Depressione (Parte Prima)‘ sono stati ampiamente trattati i modelli dell’approccio comportamentale alla depressione; in questo articolo saranno invece approfonditi gli aspetti teorici di due dei principali modelli cognitivi classici della depressione, il modello di Seligman e il modello di Beck, e i principi base dell’approccio sistemico-processuale alla depressione di Guidano.

Il modello cognitivo di Seligman si basa sull’ipotesi che una persona diventi depressa quando sente di non avere più il controllo sul suo ambiente e sperimenta uno stato di ‘impotenza appresa’ (learned helplessness).

Questa definizione include l’aspettativa di non sapere come influenzare o di non essere in grado di influenzare l’ambiente attraverso il proprio comportamento.

Seligman sostenne questa ipotesi basandosi sui risultati dei suoi esperimenti sui cani (per ragioni etiche legate al rispetto degli animali da esperimento, tali esperimenti oggi chiaramente non sarebbero permessi).

Egli ha dimostrato che un animale assume una posizione di ‘inermità’ quando non dispone di comportamenti idonei a raggiungere uno stimolo considerato positivo (il cibo) o a evitare uno stimolo nocivo (scarica elettrica).

In questo caso l’animale non è in grado d’esercitare alcun tipo di controllo sul proprio ambiente.

Subire una serie di traumi ripetuti (inevitabili scosse elettriche) in una situazione di totale impotenza porta l’animale a una mancanza di reazione, a un’immobilità, simile a quella che ai tempi di Seligman veniva definita depressione reattiva nell’uomo (perdita del ruolo nel gruppo, disturbi del ritmo del sonno, perdita di appetito, astenia e diminuzione dei livelli cerebrali di noradrenalina).

In passato la depressione reattiva era considerata la conseguenza di specifici stimoli ambientali, eventi o situazioni altamente stressanti e destabilizzanti per il soggetto, mentre la depressione endogena era attribuita a fattori causali di origine interna, di natura genetica, neurobiologica, ecc.

In realtà le teorie moderne non accettano più questa distinzione, poiché la diagnosi e la cura delle forme depressive si basano sull’analisi dei sintomi e della loro gravità.

Al di là di queste differenze teoriche, la caratteristica più interessante esibita dagli animali sottoposti a uno stato di totale impotenza (una serie inevitabile di stimolazioni elettriche dolorose) era quella di non essere successivamente in grado di apprendere uno schema motorio (cioè un comportamento) che potesse costituire una soluzione idonea per evitare ulteriori scosse elettriche.

Esperimenti simili condotti sugli esseri umani, nei quali si è utilizzata la somministrazione di rumori molesti come stimolo nocivo durante l’esecuzione di un compito, confermano l’ipotesi dell’impotenza appresa.

Tra le situazioni individuate da Seligman che possono causare impotenza appresa, troviamo molti eventi di vita stressanti, tra cui: un litigio con il partner, un divorzio, un cambio di lavoro, una grave malattia fisica, la separazione o la morte di un familiare, ecc.

In conclusione, per Seligman, l’impotenza appresa sperimentata in condizioni di elevata intensità, frequenza e durata, soprattutto fin dall’infanzia, crea le condizioni per la futura insorgenza di episodi depressivi maggiori ricorrenti.

Il modello cognitivo di Beck utilizza tre concetti fondamentali per spiegare la genesi e il mantenimento dello stato depressivo: schemi, triade cognitiva e distorsioni cognitive.

Gli schemi, ovvero strutture relativamente stabili che sottendono e controllano i processi di percezione, codifica e valutazione selettiva degli stimoli che agiscono sulla persona, strutturano l’organizzazione della realtà in unità psicologicamente significative.

La depressione sarebbe il risultato di esperienze negative che si sono progressivamente consolidate in schemi cognitivi disadattivi, cioè rigidi, inappropriati ed eccessivi.

Gli schemi depressivi, normalmente inattivi, verrebbero attivati da situazioni stressanti, causando una serie di errori sistematici nell’interpretazione della realtà.

Gli schemi sono organizzati in una triade cognitiva:

1) visione negativa di sé, che consiste in un atteggiamento di svalutazione di sé e nella tendenza a interpretare ogni fallimento come una chiara prova della propria incompetenza, inadeguatezza, inidoneità, accompagnata da sentimenti di colpa e dalla convinzione di non meritare amore, considerazione, tranquilità, ecc.;

2) visione negativa dell’ambiente circostante e della realtà, cioé una visione pessimistica dell’interazione tra sé e un ambiente percepito come ostile, pieno di ostacoli insormontabili ed insopportabili;

3) visione negativa del futuro in generale, cioè mancanza di speranza riguardo alla possibilità di un’evoluzione positiva della propria condizione, che oltre a mantenere la depressione, rende demotivati a collaborare alla psicoterapia.

Nella depressione, l’attivazione di schemi depressivi disfunzionali induce distorsioni cognitive, cioè attribuzioni distorte di significato a eventi specifici (errori sistematici) che, a loro volta, contribuiscono all’ulteriore mantenimento degli schemi depressivi.

Questi errori sistematici persistono perché i pensieri delle persone depresse sono automatici, ovvero non sono soggetti al controllo volontario, e plausibili, ovvero sembrano perfettamente accettabili.

Ecco alcuni esempi delle categorie di errori sistematici proposti da Beck:

1) Astrazione selettiva. Da un’esperienza generalmente positiva (ad esempio, una piacevole gita al mare), il soggetto astrae un dettaglio negativo (ad esempio, perdere un accendino) che attira particolarmente la sua attenzione e gli fa perdere di vista gli aspetti positivi dell’esperienza;

2) Pensiero dicotomico. Il soggetto valuta la realtà personale e sociale senza mezze misure: o va tutto bene o va tutto male (ad esempio, oggi in spiaggia è stata una giornata da dimenticare perché ho perso l’accendino);

3) Personalizzazione. Il soggetto riferisce a se stesso considerazioni ed eventi esterni anche quando non lo riguardano direttamente (ad esempio, al mare il vento si è alzato proprio perché sono arrivato io);

4) Inferenza arbitraria. Il soggetto giunge a conclusioni logiche prive di prove oggettive a supporto (ad esempio, il mio accendino smarrito è stato rubato da un venditore ambulante perché era seduto accanto a me sulla spiaggia);

5) Ipergeneralizzazione. Il soggetto trae conclusioni generali basate su un evento specifico (ad esempio, non andrò più in quella spiaggia perché i venditori ambulanti rubano le cose);

6) Pensiero catastrofico. Il soggetto esagera le conseguenze di eventi e situazioni che non hanno reale importanza o gravità (ad esempio, perdere l’accendino oggi in spiaggia è stata la cosa peggiore che potesse capitarmi).

In conclusione, secondo Beck, gli schemi cognitivi negativi del soggetto depresso portano ad una percezione errata degli stimoli esterni, con conseguente elaborazione di pensieri automatici di natura depressiva.

Ogni giudizio negativo definisce un’immagine negativa di sé, che genera un nuovo giudizio negativo, e così via.

Con il passare del tempo, gli schemi diventano rigidi, limitando la possibilità di nuovo apprendimento e favorendo l’emergere di comportamenti ripetitivi e infruttuosi.

Questa modalità diventa gradualmente una struttura, una formazione permanente nell’organizzazione cognitiva, un modello complesso che valuta, soppesa, determina le modalità percettive e interpretative di ogni evento, che rimane ben presente anche quando non attivato e che determina le distorsioni del pensiero e del comportamento, così come lo stato emotivo e le condizioni fisiologiche della depressione.

Nell’appproccio sistemico-processuale proposto da Guidano, l’aspetto cognitivo principale della persona depressa è la spiccata propensione a rispondere con disperazione e rabbia a eventi di vita insignificanti, spesso vissuti in termini di perdita e delusione.

Questa continua elaborazione del senso di perdita viene ricondotta a modelli di attaccamento non riusciti (attaccamento ansioso, evitante e disorganizzato) con le figure genitoriali.

Guidano indica i tre principali eventi (e/o condizioni) che possono causare modelli di attaccamento non riusciti e, in futuro, un episodio depressivo:

1) la perdita di un genitore o una separazione prolungata o permanente (purché il bambino la viva come una perdita), durante la fanciullezza o la pubertà. Se il bambino si sente in qualche modo responsabile di questa perdita o separazione (ad esempio perché crede di essere stato un ‘bambino cattivo’), la probabilità di vivere successive perdite emotive in modo patologico può senza dubbio aumentare;

2) l’esperienza di non riuscire mai ad ottenere, durante lo sviluppo, un attaccamento emotivo stabile e sicuro, nonostante i costanti sforzi fatti per ottenerlo. Questa esperienza è ancora più probabile quando i genitori, che mostrano un controllo genitoriale poco amorevole, pretendono dal bambino livelli insoliti di rendimento e senso di responsabilità, senza tuttavia fornirgli il supporto emotivo appropriato necessario per avere successo;

3) l’inversione della relazione genitori-figli, dove il figlio diventa responsabile della cura del genitore. Spesso questi genitori accusano il figlio di non essere degno del loro amore, con la conseguenza diretta che il bambino si creerà un’immagine di sé come di una persona non amabile e inadatta. Altri bambini potrebbero rispondere a questo stile di attaccamento genitoriale con un ‘atteggiamento di accudimento’ (ad esempio, prendendosi cura del genitore superstite in caso di morte prematura di uno dei genitori).

L’esperienza della perdita è accompagnata, da un lato, da disperazione e tristezza e, dall’altro, da rabbia e senso di ribellione.

L’alternanza dinamica tra queste due emozioni e la capacità di tollerarle adeguatamente, inserendole in una cornice interpretativa coerente capace di predisporre al mantenimento e alla creazione di nuovi legami affettivi durante le diverse tappe evolutive della vita, determinerà il futuro atteggiamento comportamentale e cognitivo (‘normale’ o psicopatologico) del bambino che ha subito la perdita.

Secondo Guidano, il trattamento della depressione sarà fortemente determinato dalla qualità e dal tipo di legame emotivo che la persona in trattamento riuscirà a creare con lo psicoterapeuta e dalla capacità di quest’ultimo di non deluderla ulteriormente.

Lo psicoterapueta cognitivo-comportamentale è pienamente consapevole di quanto sinora esposto e nel trattamento integrato della depressione [I Modelli della Depressione (Parte Terza)] è impegnato a cercare di ‘riparare’, per quanto possibile, con il suo atteggiamento di accudimento, di sostegno, di esortazione e di psicoeducazione, i vissuti di perdita affettiva, disperazione, tristezza, rabbia e senso di ribellione che caratterizzano la persona affetta da questo disturbo.

Principali fonti di riferimento bibliografico e informazioni aggiuntive:

V. F. Guidano. Il sé nel suo divenire. Verso una terapia cognitiva post-razionalista. Bollati Boringhieri, 1992.

V. F. Guidano. La complessità del sé. Un approccio sistemico-processuale alla psicopatologia e alla terapia cognitiva. Bollati Boringhieri, 1988.

Terapia del comportamento: giornale italiano di scienza e terapia del comportamento, il meglio della terapia del comportamento italiana e internazionale. N° 13 (Genn. – Marzo 1987).

A. T. Beck. Principi di terapia cognitiva. Un approccio nuovo alla cura dei disturbi affettivi. Casa Editrice Astrolabio, 1984.