Il Disturbo d’Ansia Sociale (o Fobia Sociale) è caratterizzato da uno stato di ansia e/o paura di sentirsi in imbarazzo agendo di fronte ad altre persone, di lasciare una cattiva impressione e di ricevere giudizi negativi.
Il disagio emotivo promuove comportamenti di evitamento delle situazioni temute.

Gli psicologi cognitivo-comportamentali hanno formulato tre principali ipotesi eziologiche che possono spiegare, a livello clinico, il Disturbo d’Ansia Sociale.
L’ipotesi del Deficit Primario parte dal presupposto che il paziente avrebbe una carenza di base nelle abilità sociali e nelle competenze interpersonali [Le due componenti principali del comportamento interpersonale: Affiliation e Agency].
Una persona socialmente competente possiede una serie d’abilità, tra cui emergono: duttilità nel modulare comportamenti appropriati al variare dei contesti e delle situazioni, un buon livello di autostima, l’empatia, la capacità di esprimere spontaneamente ed efficacemente rinforzi positivi agli altri (ad es., complimenti, lodi, tenerezze, ecc.), un genuino rispetto delle esigenze e delle idee delle altre persone, un atteggiamento positivo (ma non per questo ingenuo), un senso dell’umorismo che permette di vedere anche il lato comico delle situazioni, la capacità di tollerare le frustrazioni e i rifiuti.
Secondo l’Ipotesi del Deficit Primario, l’ansia manifestata dal paziente affetto da Disturbo d’Ansia Sociale sarebbe correlata all’incapacità di far fronte a specifiche situazioni sociali e prestazionali.
Secondo l’Ipotesi della Disinibizione, il paziente non avrebbe deficit fondamentali nelle abilità sociali, ma queste sarebbero ostacolate solo dalla presenza di elevati livelli di ansia associati a situazioni sociali e prestazionali temute.
L’Ipotesi della Distorsione Cognitiva si basa sul presupposto fondamentale che le emozioni e il comportamento di un individuo siano determinati in larga misura dal suo modo di strutturare e interpretare il mondo, che a sua volta si fonda convinzioni e schemi cognitivi disfunzionali (identificati e classificati dagli esponenti dell’approccio cognitivo classico e ulteriormente analizzati e approfonditi dalla Schema Therapy).
In questo caso, l’ansia eccessiva sarebbe correlata all’esigenza del paziente di prefissarsi standard di prestazione troppo elevati e, quindi, non sempre raggiungibili.
Alcuni ricercatori ritengono che un ruolo primario nell’attivazione dell’ansia sia attribuito ad aspettative irrealistiche supportate da ‘pensieri disfunzionali e autodenigratori’, mentre per altri l’ansia eccessiva sarebbe legata anche alla svalutazione di sé e delle proprie capacità, accompagnata da una percezione distorta e autodenigratoria del proprio comportamento e dall’attribuzione degli insuccessi alle proprie incapacità e dei successi a eventi casuali ed esterni.
L’evitamento delle situazioni fobiche e ansiogene (situazioni in cui si ha paura di agire per timore di fare brutta figura e di essere giudicati negativamente) o la fuga da esse e dalle sensazioni fisiologiche a esse associate costituiscono l’aspetto comportamentale più importante nella cronicità del disturbo.
Questo comportamento genera inoltre come conseguenza una progressiva riduzione dei limiti di libertà, dell’autostima (il dialogo interno è spesso autodenigratorio) e del senso di sicurezza personale, che influenzano ulteriormente il mantenimento della fuga e dell’evitamento.
Alcune caratteristiche della personalità (presenti in parte o totalmente nel Disturbo Evitante di Personalità) sono comuni a chi è affetto da questo disturbo anche prima della sua insorgenza:
1) spiccata ipersensibilità alle critiche, alle valutazioni negative o al rifiuto;
2) bassa autostima e sentimenti di inferiorità;
3) paura delle valutazioni indirette da parte di altri (ad esempio, sostenere un test attitudinale);
4) difficoltà accademiche dovute alla presenza di ansia da esame, all’evitamento di frequentare le lezioni, alla mancanza di coinvolgimento nei programmi o all’abbandono scolastico;
5) difficoltà sul posto di lavoro, dovute alla presenza di ansia nel parlare in pubblico, con superiori o colleghi, o all’evitamento di tali situazioni o, ancora, alla disoccupazione e alla mancanza di interesse nella ricerca di lavoro per la difficoltà a condurre colloqui di lavoro;
6) scarsa inclusione sociale e tendenza a evitare gli incontri, con conseguente ridotto accesso al sostegno sociale, minore probabilità di sposarsi e di stringere nuove amicizie, tendenza a rimanere legati a relazioni insoddisfacenti, maggiore permanenza nella famiglia di origine.
L’impatto sociale di questo disturbo è direttamente proporzionale alla quantità e all’importanza degli impegni sociali della persona che ne soffre.
Oltre le carriere accademica e professionale, anche la vita emotiva ed affettiva (di coppia, in famiglia, nella società, ecc.) può subire gravi danni a causa dell’incapacità di interagire con calma e naturalezza nei contesti sociali.
Una diagnosi errata del disturbo d’ansia sociale può portare a sottostimare il disagio o a ricorrere esclusivamente a un trattamento farmacologico, trascurando l’importanza dell’intervento psicoterapeutico.
In generale, in assenza di trattamento, il decorso tende ad essere cronico.

L’intervento farmacologico (ad es., benzodiazepine e/o antidepressivi) da solo non basta a curare radicalmente il disturbo d’ansia sociale; tuttavia, in alcuni casi, l’uso dei farmaci può essere utile per favorire il cambiamento terapeutico.
La psicoterapia [La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC); La Terapia Cognitiva-Comportamentale dell’Equilibrio Olistico (TCCEO di N. Bonaventura) dei processi attentivi] è un trattamento certamente raccomandabile per la cura del disturbo d’ansia sociale.
L’intervento deve essere integrato e comprendere un lavoro sul comportamento, sul corpo, sulle emozioni, sulle attività di pensiero e di immaginazione della persona in trattamento e, quando ritenuto utile o necessario, anche sulla sua famiglia (sempre dopo aver ricevuto il consenso e la disponibilità della persona in trattamento).
Il lavoro, a questi diversi livelli terapeutici, dovrebbe cercare di compensare le carenze previste dalle tre ipotesi eziologiche sopra menzionate (Ipotesi del Deficit Primario, della Disinibizione e della Distorsione Cognitiva).
L’intervento di terapia comportamentale mira a consentire alla persona di affrontare le situazioni temute attraverso il ‘Modeling’ (ovvero attraverso l’uso di modelli appropriati, tra cui lo psicoterapeuta, da cui la persona può apprendere comportamenti nuovi e funzionali), il Role Playing (per simulare situazioni sociali temute e affrontarle in un contesto protetto e costruttivo), l’addestramento alle Abilità sociali e Assertive (per apprendere nuove e funzionali abilità sociali e comunicative) e la Desensibilizzazione Comportamentale attraverso un’Esposizione Graduale in Vivo (nel contesto sociale), per valutare e affinare le abilità apprese.
L’intervento di terapia corporea (intervento psicofisiologico) mira a liberare capacità latenti riducendo i livelli di ansia e facilitando la gestione delle risposte fisiologiche disfunzionali – tachicardia, sudorazione eccessiva, iperventilazione, tremori diffusi, ipertermia o ipotermia, ecc. – che accompagnano il disturbo; in quest’ambito d’intervento risulta molto utile l’uso di una strumentazione elettronica e computerizzata di Biofeedback (Il Biofeedback Periferico e il Profilo Psicofisiologico; La Teoria Tricromatica dell’Equilibrio del Sistema Nervoso Vegetativo) e l’acquisizione di opportune tecniche di Rilassamento (Il rilassamento muscolare e viscerale: Rilassamento Muscolare Progressivo, Training Autogeno e Tecniche di Rilassamento Immaginativo) e/o di Meditazione.
L’intervento terapeutico sulle emozioni e sui sentimenti è utile per imparare a gestire le emozioni vissute come spiacevoli (ansia, paura, rabbia, tristezza, ecc.) e per sapere accogliere, contenere, elaborare e poi liberarsi dai sentimenti di colpa e vergogna che si associano ai comportamenti di evitamento sociale.
Questo intervento si realizza immaginando prima (con immagini mentali guidate) le situazioni temute e aspettando che affiorino emozioni e sentimenti negativi, poi imparando a gestirli con tecniche appropriate (sempre in immaginazione) e, infine, affrontandoli e gestendoli in vivo nelle situazioni sociali che li hanno provocati.
L’intervento terapeutico sulle attività di pensiero e immaginazione si realizza imparando a ristrutturare e interpretare il mondo e se stessi in modo da utilizzare meglio la capacità critica e valutativa e imparando a identificare e modificare pensieri automatici, schemi cognitivi e immagini mentali disfunzionali che favoriscono la mancanza di ‘coerenza interna‘ e l’insorgenza di ansia sociale.
Di fondamentale importanza per il lavoro terapeutico in ogni ambito considerato è l’acquisizione da parte della persona in trattamento di modalità altamente funzionali di utilizzare i propri processi attentivi, imparando a dirigere l’attenzione mentale in modo equilibrato.
Infine, l’intervento psicoeducativo per i familiari può essere utile per spiegare meglio ai parenti della persona in cura come loro stessi possano contribuire inavvertitamente al mantenimento dei sintomi.
Nota: ‘Le informazioni contenute in queste pagine hanno solo scopo informativo e non sostituiscono il parere o la diagnosi di uno psicologo/psicoterapeuta o di un medico professionista’.
Principali fonti di riferimento bibliografico e informazioni aggiuntive:
MANUALE MSD (Versione per i pazienti)
Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5-TR), American Psychiatric Association, Publishing, Washington, DC, 2022 e successivi aggiornamenti
Nota: Le citazioni e le descrizioni dei quadri clinici presenti in questo testo sono rielaborazioni e traduzioni dall’originale inglese a cura dell’autore.
Per l’edizione ufficiale italiana, si veda: American Psychiatric Association (2023). DSM-5-TR. Milano: Raffaello Cortina Editore.
